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I nostri giovani: individualisti, emotivi e analfabeti sul Cristianesimo

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Una recente indagine mostra che i giovani italiani tra i 19 e 29 anni hanno un’idea molto confusa di Dio e della fede.
È l’ennesima dimostrazione che l’Italia non è più cristiana.

Un vescovo titolare di una grande diocesi nel sud della Spagna mi disse che noi in Italia siamo proprio strani: “Sembrate come l’orchestrina del Titanic che suonava imperterrita mentre la nave affondava: fate le sagre, il mandato ai catechisti, le feste d’inizio anno catechistico, gli incontri con i cresimandi… e non vi rendete conto che c’è solo un cristianesimo di facciata”.
Ebbene sì. Come si può dedurre da questa recente indagine i giovani d’oggi credono poco e male, non sentono alcuna appartenenza alla Chiesa e manifestano un’ignoranza invincibile su qualsivoglia aspetto della dottrina. Anzi, quel che è peggio è che è passata l’idea che il cristianesimo sia tutt’al più una morale sociale (non rubare, non ammazzare…) e mai un incontro che ti cambia la vita. C’è una moralizzazione in chiave sociale della fede: così la fede non serve più per cercare il Signore, ma per cambiare il mondo. Di conseguenza la dottrina è diventata meno importante e ciò che conta – per i giovani d’oggi – sono gli atteggiamenti e non la verità, non importano più i principi e i valori su cui poggia la mia vita. L’importante è “essere bravi ragazzi”.
A ciò ha contribuito anche una certa dissoluzione della liturgia. Se la Messa è una “festa” e non il memoriale del sacrificio che ci ha salvati, ben presto un ragazzino del catechismo – dopo qualche Messa goffamente animata per renderla “più bella” – si accorge di essere stato ingannato. Il risultato di tutto ciò è un cristianesimo intimista fai-da-te, con un Dio molto vago che mi lascia vivere come io voglio.

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